giovedì 28 ottobre 2010

VINCENZO SEBASTIANI, SOTTO COMANDANTE DEI VIGILI DI ROMA


di Alessandro Fiorillo

Questo articolo intende rievocare la figura del Sotto-Comandante dei Vigili di Roma Ing. Vincenzo Sebastiani, al quale è stata intitolata la caserma di Via Genova (Sede Centrale del Comando di Roma).
Vincenzo Sebastiani nacque a Roma il 26 ottobre 1885. Fin da giovanissimo spiccò per le sue doti sportive, in particolare nel nuoto e nel ciclismo. Ma la sua passione più grande fu la montagna, fu infatti socio del Club Alpino Italiano e divenne uno dei primi alpinisti d’Italia e tra i fondatori della S.U.C.A.I. (Stazione Universitaria del Club Alpino Italiano) di Roma, e del “Gruppo Romano Skiatori” di cui fu eletto Vice Presidente. Stabilì una sede della società nella località abruzzese di Ovindoli, nei cui campi di neve si abbandonava alle escursioni con gli “ski” (nome con il quale, ancora nel 1917, erano chiamati gli sci). Questa sua passione per la montagna e il suo legame con il territorio abruzzese gli valsero, a seguito della tragica morte, l’intitolazione di un rifugio montano, ancora oggi esistente, tra il piano di Campo Felice (Aq) e le Montagne della Duchessa.
Oltre che nello sport, spiccò negli studi accademici, conseguì infatti, presso la Regia Scuola d’Applicazione in Roma, la laurea di Ingegnere Civile. In seguito a un pubblico concorso, fu nominato “Sotto-Comandante dei Vigili”, nel cui corpo di Roma entrò nell’agosto del 1914, segnalandosi subito per la passione, l’intelligenza, il coraggio e l’alto senso del dovere. La sua opera venne particolarmente apprezzata durante le operazioni di soccorso dopo il tragico terremoto della Marsica (Abruzzo) del 15 gennaio 1915. Gli fu affidato il comando di una squadra di vigili romani, e con gli stessi si adoperò, instancabilmente, tra le macerie di Avezzano, compiendo anche personalmente difficoltosi e pericolosi salvataggi, grazie ai quali gli fu conferita la medaglia d’argento di benemerenza del Comune di Roma, quella d’argento di benemerenza assegnata dal Governo e la medaglia d’argento della Fondazione Carnegie. Richiamato alle armi col grado di Sottotenente di complemento del Genio, prima ancora dell’inizio della Grande Guerra, egli fu addetto ai Servizi Tecnici Aeronautici è più tardi fu inviato in zona di guerra con un parco Aerostatico. Successivamente, dopo la formazione delle sezioni dei Pompieri Militari, fu assegnato alla seconda armata, e gli fu affidato, dopo la presa di Gorizia, il comando della numerosa squadra dei “Pompieri Militari in Gorizia Italiana” (molti dei quali provenienti dal Corpo dei Vigili di Roma), comando che esercitò dal 14 agosto 1916 al 20 agosto 1917. Il 19 agosto 1917, mentre dirigeva un servizio di spegnimento sotto il tiro nemico, restò gravemente ferito, e morì il giorno dopo. Fu decorato con medaglia d’argento al valore, con la seguente motivazione:
Restava gravemente ferito mentre con abituale coraggio dirigeva le operazioni di estinzione di un incendio sul quale insisteva ancora il tiro di artiglieria avversario. Appena superata gravissima operazione, con esemplare serenità, si dichiarava contento di aver compiuto il proprio dovere”.
Il Comandante del Corpo dei Vigili di Roma, ing. Giacomo Olivieri, dava comunicazione della tragica morte del Tenente Sebastiani attraverso un ordine del giorno, di cui ripropongo alcuni significativi passi:
23 agosto 1917. Con animo costernato partecipo al Corpo la morte eroica del Sotto-Comandante Ing. Vincenzo Sebastiani, avvenuta il 20 corr. Per granata nemica, mentre guidava con l’usato ardire i Pompieri Militari allo spegnimento di incendi nella città di Gorizia. I nostri Vigili che con lui divisero da oltre un anno i pericoli dell’ardua missione, che ne raccolsero il corpo infranto, e che sul letto di morte lo videro fregiato della medaglia d’argento al valore, ci diranno come di questa missione Egli fosse compreso e come sopra ogni altro sentimento avesse sacra la religione della Patria e del dovere.
La memoria di lui ci sarà di sprone nei diuturni cimenti e formerà l’orgoglio della nostra famiglia, su cui risplenderà sempre di fulgida luce la bella e generosa figura del giovane Ufficiale, che per virtù di animo e di mente seppe conquistare il nostro affetto e la nostra stima, che consacreremo con un ricordo tangibile qui in mezzo a noi. Ing. Olivieri
”.
La morte del Tenente Ing. Vincenzo Sebastiani, che nell’ambito dei Corpi dei Pompieri di tutta Italia aveva saputo guadagnarsi l’ammirazione e il rispetto per il coraggio e la competenza, suscitò viva commozione. Ancora sul Bollettino Ufficiale della Federazione Tecnica Italiana Corpi Pompieri del 1922, viene pubblicata una lunga e commovente narrazione (ripresa dal periodico Coraggio e Previdenza del 1 dicembre 1922) che descrive il trasporto della salma di Vincenzo Sebastiani dal cimitero di Cormons a Roma. Vi si può leggere anche il discorso pronunciato in quell’occasione dal Comandante dei Pompieri di Gorizia, Ing. Riccardo Del Neri.
Riporto brevemente alcuni passaggi della narrazione:
“ (…) La gloriosa salma partita da Gorizia giunse a Roma, domenica 11 dicembre s. a. , fu provveduto al suo trasferimento dalla stazione di Termini alla Chiesa della Madonna degli Angeli. La cerimonia riuscì quanto mai imponente ed il concorso degli amici, dei colleghi e dei soci del Club Alpino fu veramente straordinario. Tutti i pompieri di Roma, liberi dal servizio, seguirono volontariamente la salma (…).
E’ stato già comunicato che il Municipio di Gorizia provvederà a murare a sue spese nella Caserma Pompieri una lapide in memoria dell’eroico ufficiale, che altrettanto farà il Corpo dei Pompieri di Roma e che il Club Alpino intitolerà al Suo Nome il rifugio sul Velino
”.
Verrà anche creata, grazie soprattutto all’attivismo dell’Ing. Silvestro Dragotti del Comando di Napoli, una “Fondazione Vincenzo Sebastiani” il cui Capitale sarà poi impiegato per sussidiare pompieri infortunati o famiglie di essi.
Nel 1923, a cura del Reggio Commissario del Comune di Roma, verrà scoperta, nella caserma dei Pompieri di Roma di via Genova, una lapide a ricordo perenne del Sotto-Comandante Vincenzo Sebastiani (visibile ancora oggi), a cui verrà pure intitolata la caserma.

martedì 19 ottobre 2010

SANT'ANTONIO ABATE, PROTETTORE DEI CIVICI POMPIERI


a cura di Alessandro Fiorillo


Nato a Roma nel 1860 e morto nel 1911, Giggi Zanazzo è stato il più illustre studioso delle tradizioni e del folklore romano, al quale dobbiamo una serie di raccolte grazie alle quali ci è restituita limpidamente l’immagine del popolo romano, l’anima e l’essenza interiore del romano di un tempo. Fondamentali, in questo senso, le sue riscritture di favole, novelle, leggende e proverbi, riunite in quattro volumi sotto il titolo Tradizioni popolari romane. Poeta, commediografo, antropologo e bibliotecario italiano, rilanciò anche il Rugantino (1887), rivista sulla quale, alcuni anni più tardi, pubblicò le sue poesie anche un noto pompiere romano, Raniero Franzero (sulla stessa rivista mosse i suoi primi passi un poeta romano che diverrà poi molto famoso, Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa).

Dalle parole di Zanazzo: “Io direi che una raccolta di proverbi è come un complesso di leggi che formano la scienza della vita pratica scientificamente desunte da un numero infinito d’esperienze. Infatti a questo detto che, breve e scultorio nella sua schiettezza elegante, dà modo di vedere a fondo in fatti innumerevoli, non si assurge che dopo un lungo esame di singoli avvenimenti e tutti segnati di quella nota ch’è l’essenza del detto.


Continua Giggi Zanazzo a proposito degli stornelli:

Lo stornello è il canto del popolo: esso è un sospiro d’amore, un accento d’odio, un capriccio della fantasia: e possiamo studiarvi dentro la facoltà poetica popolare, originale in tutte le sue manifestazioni.
Chi è stato infatti il primo poeta? E sempre giovine, nelle sventure e nelle prosperità della patria si mantiene tuttavia tale, e anzi, il più vero e il più profondo dei poeti? Chi si può sottrarre alla voce di lui, anche in mezzo alle tristezze della vita cittadina, dietro l’affannoso incalzare del lavoro materiale e intellettuale che ci spinge perpetuamente, ignorando noi medesimi il fine nostro? Alla voce che ci solleva e ci trattiene, ci anima e ci consola? Dalla grata dei lavatoi, dalle stanzette romite all’altezza d’un ultimo piano, dalle terre arse dal fiammeggiare del giorno, e cui milioni di braccia faticosamente percuotono per la dura necessità del pane, quella voce sale sempre: ora come trillo d’usignolo, ora come un vigoroso cadenzato piombare di acqua in una conca, ora come un suono doloroso che desta un’eco di pietà o di rimpianto.
Raccogliere i canti del popolo non importa studiare il popolo col coltello dell’anatomico. Egli stesso ci mostra con quel canto le sue piaghe, ci fa gustare il profumo della sua anima innamorata, ci fa riflettere sul suo passato e sulle sue speranze. Non medita il popolo: né scrive, né sofistica: il suo spirito pratico lo fa certo che un libro di memorie di dolori, d’amore, in pochi uomini gitta seme di pietà: I più sorridono, o vi passano sopra col freddo nel cuore. Ogni manifestazione dell’arte è perciò in lui spontanea: egli grande fanciullo e grande poeta, non sa veder chiaro nelle sue passioni e nella sua fantasia: e attento alla voce del sentimento, abbandona liberamente all’azzurro la schietta canzone. Ed è caro a chi persiste nella ricerca del vero, a chi studia il pauroso problema della vita, udire questo canto: esso parla il vero assai più che in libri di migliaia di filosofi. E mentre noi, dopo oziosi indugi, battiamo tremando alle porte del destino, questo eroico fanciullo vi corre incontro col riso nell’anima e negli occhi…Il popolo nostro canta lo stornello nelle ore più felici della giornata: quando il lavoro non gli ha ancora fiaccato le membra, quando la immagine desiderata gli torna nella memoria, quando nei giorni di festa invade con allegro baccano le osterie di campagna. E lo stornello piace meglio d’ogni altro canto, sia per la comodità di formare un pensiero in poche parole, sia perché in forza di questa brevità medesima la fantasia è libera di spaziare e di trovare nuove forme e nuovi suoni. Esso generalmente si nomina da un fiore; al quale, come alla cosa più gentile della natura inanimata, vuol confidare chi ama i suoi tormenti: e quanti sono i fiori, tanti sono i sospiri e i baci, tante le carezze e i canti che si sogliono ricambiare le anime. Onde il popolo più vicino di noi alla natura, ne risente con maggior felicità le impressioni e si compiace di ridire la sua passione in mille modi
”.


Relativamente ai nostri studi sulla storia dei pompieri, l'importanza di Zanazzo è in un suo scritto relativo alle festa popolare di Sant'Antonio Abate, che ci conferma in maniera inequivocabile quanto già era emerso più volte nel corso delle nostre ricerche, e cioé il fatto che il santo protettore degli animali era anche protettore del Corpo dei Vigili di Roma, e molto probabilmente dei pompieri civici di tutta Italia.

Riportiamo il testo in questione:

LA BBENEDIZIONE DE LE BESTIE

Se faceva, e sse fa incora pe’ li paesi, a li 17 de gennaro, festa de Sant’Antonio.

A Roma se fa a la chiesa de Sant’Antonio a Ssanta Maria Maggiore.

Ar tempo der papa, tutti li padroni che cciavevano carozze e ccavalli, muli e somari, li portaveno a ffa’ bbenedi’ tutti impimpinati attaccati a quattro, a ssei, e infino a diciotto, parie, come l’attaccate de Piombini e dde Doria, ch’ereno un piacere a vvedelle.

La ppiù mmejo attaccata però era quella der principe Piombini.

Er su’ cocchiere, un certo Peppe Regazzini, portava diciotto parie de cavalli, ossia trentasei cavalli, e li guidava come si fussi stata una paria sola.

Er papa ce mannava tutti li cavalli de Palazzo, e ttutta la cavalleria pontificia in arme e bbagajo.

Puro li pompieri quer giorno facevano festa granne in der quartiere: e ppoi puro loro portaveno le machine a Sant’Antonio protettore de loro, a falle bbenedi’.

E mentre er prete ‘stava fòra de la chiesa a bbenedì’ ccavalli, muli, somari, bbòvi, pecore, porchi, capre, eccetera, eccetera, er chirico nun faceva a tempo a riccone e a mmette drento a la bussola tutti li quadrini che li padroni de le bestie jìoffriveno pe’ Sant’Antonio che quer giorno rimediava bbene forte.

E giacché pparlamo de bestie e dde benedizione, me so’ ricordato de divve che a Roma anche a le bestie, come se fa ppe’ li regazzini, je se mette intorno a la testa er pelo der tasso pe’ ttieneje lontano er malocchio.


Da Usi, costumi, credenze, pregiudizi e leggende del popolo di Roma, di Giggi Zanazzo, 1908.


Una curiosità per concludere, a Giggi Zanazzo è intitolata una via a Roma, nello storico rione di Trastevere, in prossimità dell'antica caserma dei Vigiles, la VII Coorte.

domenica 17 ottobre 2010

FURBO COME LA CAPRA DEI POMPIERI


Sta per sempliciotto; Ingenuo. Tale e quale la candida mascotte dei pompieri fiorentini del secolo scorso, una capretta, appunto, che anziché al Campo di Marte o alle Cascine, pare che andasse a brucare l’erba nell’allora piazza Vittorio Emanuele II, attuale piazza della Repubblica. […]



Fonte: A Firenze si parla così, frasario moderno del vernacolo fiorentino. Renzo Raddi.

sabato 16 ottobre 2010

GIOVANNI BALDIERI, IL POMPIERE PATRIOTA



A cura di Alessandro Fiorillo

Nella lunga storia relativa allo sviluppo e all’evoluzione del servizio antincendi nella città di Roma, spesso ci si imbatte in vicende particolari vissute in prima persona da alcuni degli uomini che, numerosi nel tempo, hanno indossato la divisa di pompiere. Vicende personali che si intrecciano e si fondono con le vicende “alte” della storia, frutto di passioni e ideali che inevitabilmente contaminano e infiammano gli animi di coloro che vivono con particolare coinvolgimento gli accadimenti (e spesso gli sconvolgimenti) del proprio tempo.
Uno tra tanti, ma particolarmente significativo da meritare questo piccolo approfondimento, è il pompiere romano Giovanni Baldieri, che il 20 settembre del 1870, giorno della presa di Roma, issò la bandiera italiana sulla Torre Capitolina.
Trascrivo il testo contenuto in un articolo del quotidiano romano Il Messaggero del 2 marzo 1940, dal quale apprendiamo questa vicenda:

Abbiamo pubblicato, giorni or sono, un’intervista con Fausto Maviglia, il Sampietrino che per primo issò la bandiera bianca sul cupolone il 20 settembre 1870. In quello stesso giorno un vigile del fuoco, Giovanni Baldieri, patriota e cospiratore, issò il tricolore sulla Torre Capitolina. Mentre le truppe italiane forzavano Porta Pia e Porta San Pancrazio il Baldieri alla testa di un piccolo gruppo di uomini attaccava i pochi soldati pontifici che difendevano il Campidoglio e dopo averli dispersi raggiungeva con una scala [la scala romana? Nda.] la Torre Capitolina e vi issava il tricolore”.

Dall'ultima recente pubblicazione dell’architetto e storico dello sport Livio Toschi apprendiamo che anche il noto scrittore Edmondo De Amicis, che il 20 settembre del 1870 entrò in Roma con l’esercito italiano, conferma in un suo libro che fu un pompiere a issare la bandiera italiana sulla torre del Campidoglio.

Baldieri resterà un cognome assai noto nell’ambito del Corpo dei pompieri di Roma. Nel corso di altre ricerche lo ritroviamo spesso citato, ad esempio all’interno di Roma città del fuoco, la pubblicazione edita nel 2002 dal Comando di Roma, che a pag. 160 riporta:

La cronaca dell’episodio [l’incendio dello stabilimento Danesi, avvenuto il 5 ottobre 1894, nda] riporta in modo dettagliato i nomi degli intervenuti che erano personaggi pubblici, molto amati. Ad esempio i tenenti Baldieri erano cinque fratelli conosciuti nella città per essere tutti volontari nel Corpo dei Pompieri romani. In particolare Settimio era uno dei più popolari: soprannominato “il pompierone” per la sua massiccia corporatura (“Statura m. 1,85; peso Kg. 104; stommico de struzzo e core de leone”) (…). Come Ufficiale del Corpo dei Vigili del Fuoco, Settimio Baldieri fu determinante per il coraggio ed il sangue freddo dimostrato nella risoluzione di gravissimi incendi, quali l’incendio del pastificio Pantanella, di palazzo Odescalchi, del Circo Reale e di molti altri. In un bollettino dell’epoca riferito ad uno di questi incendi, si legge: “Tale era l’impeto e la potenza del fuoco, che quasi tutti i pompieri presi per un istante dal panico, restarono stupiti ed inerti. Il tenente Baldieri comprese che doveva andare. Coi suoi centoquattro chili di peso si lanciò sulla scala-porta (circa venti metri di altezza) la salì lestamente e di lassù impartì ordini a gran voce. I pompieri elettrizzati applaudirono, scattarono, agirono, e l’incendio fu domato”.

Con tutta probabilità Giovanni Baldieri apparteneva alla stessa famiglia di pompieri della quale faceva parte anche il tenente Settimio Baldieri (era forse uno dei quattro fratelli di quest'ultimo?), di cui sopra si sono raccontate le gesta.


Note bibliografiche:

Edmondo de Amicis, Le tre capitali: Torino-Firenze-Roma, Catania, 1898

Il Messaggero del 2 marzo 1940

Armando Morici, Il pompierone, Strenna dei Romanisti XX, 1959, pp. 301-302

Roma città del fuoco, Comando Provinciale Vigili del Fuoco Roma, 2002

Livio Toschi, Vigili del Fuoco lottatori e pesisti – 90 anni di successi: 1919-2009, Roma, 2009