
a cura di Alessandro Fiorillo
Nato a Roma nel 1860 e morto nel 1911, Giggi Zanazzo è stato il più illustre studioso delle tradizioni e del folklore romano, al quale dobbiamo una serie di raccolte grazie alle quali ci è restituita limpidamente l’immagine del popolo romano, l’anima e l’essenza interiore del romano di un tempo. Fondamentali, in questo senso, le sue riscritture di favole, novelle, leggende e proverbi, riunite in quattro volumi sotto il titolo Tradizioni popolari romane. Poeta, commediografo, antropologo e bibliotecario italiano, rilanciò anche il Rugantino (1887), rivista sulla quale, alcuni anni più tardi, pubblicò le sue poesie anche un noto pompiere romano, Raniero Franzero (sulla stessa rivista mosse i suoi primi passi un poeta romano che diverrà poi molto famoso, Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa).
Dalle parole di Zanazzo: “Io direi che una raccolta di proverbi è come un complesso di leggi che formano la scienza della vita pratica scientificamente desunte da un numero infinito d’esperienze. Infatti a questo detto che, breve e scultorio nella sua schiettezza elegante, dà modo di vedere a fondo in fatti innumerevoli, non si assurge che dopo un lungo esame di singoli avvenimenti e tutti segnati di quella nota ch’è l’essenza del detto.”
Continua Giggi Zanazzo a proposito degli stornelli:
“Lo stornello è il canto del popolo: esso è un sospiro d’amore, un accento d’odio, un capriccio della fantasia: e possiamo studiarvi dentro la facoltà poetica popolare, originale in tutte le sue manifestazioni.
Chi è stato infatti il primo poeta? E sempre giovine, nelle sventure e nelle prosperità della patria si mantiene tuttavia tale, e anzi, il più vero e il più profondo dei poeti? Chi si può sottrarre alla voce di lui, anche in mezzo alle tristezze della vita cittadina, dietro l’affannoso incalzare del lavoro materiale e intellettuale che ci spinge perpetuamente, ignorando noi medesimi il fine nostro? Alla voce che ci solleva e ci trattiene, ci anima e ci consola? Dalla grata dei lavatoi, dalle stanzette romite all’altezza d’un ultimo piano, dalle terre arse dal fiammeggiare del giorno, e cui milioni di braccia faticosamente percuotono per la dura necessità del pane, quella voce sale sempre: ora come trillo d’usignolo, ora come un vigoroso cadenzato piombare di acqua in una conca, ora come un suono doloroso che desta un’eco di pietà o di rimpianto.
Raccogliere i canti del popolo non importa studiare il popolo col coltello dell’anatomico. Egli stesso ci mostra con quel canto le sue piaghe, ci fa gustare il profumo della sua anima innamorata, ci fa riflettere sul suo passato e sulle sue speranze. Non medita il popolo: né scrive, né sofistica: il suo spirito pratico lo fa certo che un libro di memorie di dolori, d’amore, in pochi uomini gitta seme di pietà: I più sorridono, o vi passano sopra col freddo nel cuore. Ogni manifestazione dell’arte è perciò in lui spontanea: egli grande fanciullo e grande poeta, non sa veder chiaro nelle sue passioni e nella sua fantasia: e attento alla voce del sentimento, abbandona liberamente all’azzurro la schietta canzone. Ed è caro a chi persiste nella ricerca del vero, a chi studia il pauroso problema della vita, udire questo canto: esso parla il vero assai più che in libri di migliaia di filosofi. E mentre noi, dopo oziosi indugi, battiamo tremando alle porte del destino, questo eroico fanciullo vi corre incontro col riso nell’anima e negli occhi…Il popolo nostro canta lo stornello nelle ore più felici della giornata: quando il lavoro non gli ha ancora fiaccato le membra, quando la immagine desiderata gli torna nella memoria, quando nei giorni di festa invade con allegro baccano le osterie di campagna. E lo stornello piace meglio d’ogni altro canto, sia per la comodità di formare un pensiero in poche parole, sia perché in forza di questa brevità medesima la fantasia è libera di spaziare e di trovare nuove forme e nuovi suoni. Esso generalmente si nomina da un fiore; al quale, come alla cosa più gentile della natura inanimata, vuol confidare chi ama i suoi tormenti: e quanti sono i fiori, tanti sono i sospiri e i baci, tante le carezze e i canti che si sogliono ricambiare le anime. Onde il popolo più vicino di noi alla natura, ne risente con maggior felicità le impressioni e si compiace di ridire la sua passione in mille modi”.
Relativamente ai nostri studi sulla storia dei pompieri, l'importanza di Zanazzo è in un suo scritto relativo alle festa popolare di Sant'Antonio Abate, che ci conferma in maniera inequivocabile quanto già era emerso più volte nel corso delle nostre ricerche, e cioé il fatto che il santo protettore degli animali era anche protettore del Corpo dei Vigili di Roma, e molto probabilmente dei pompieri civici di tutta Italia.
Riportiamo il testo in questione:
LA BBENEDIZIONE DE LE BESTIE
Se faceva, e sse fa incora pe’ li paesi, a li 17 de gennaro, festa de Sant’Antonio.
A Roma se fa a la chiesa de Sant’Antonio a Ssanta Maria Maggiore.
Ar tempo der papa, tutti li padroni che cciavevano carozze e ccavalli, muli e somari, li portaveno a ffa’ bbenedi’ tutti impimpinati attaccati a quattro, a ssei, e infino a diciotto, parie, come l’attaccate de Piombini e dde Doria, ch’ereno un piacere a vvedelle.
La ppiù mmejo attaccata però era quella der principe Piombini.
Er su’ cocchiere, un certo Peppe Regazzini, portava diciotto parie de cavalli, ossia trentasei cavalli, e li guidava come si fussi stata una paria sola.
Er papa ce mannava tutti li cavalli de Palazzo, e ttutta la cavalleria pontificia in arme e bbagajo.
Puro li pompieri quer giorno facevano festa granne in der quartiere: e ppoi puro loro portaveno le machine a Sant’Antonio protettore de loro, a falle bbenedi’.
E mentre er prete ‘stava fòra de la chiesa a bbenedì’ ccavalli, muli, somari, bbòvi, pecore, porchi, capre, eccetera, eccetera, er chirico nun faceva a tempo a riccone e a mmette drento a la bussola tutti li quadrini che li padroni de le bestie jìoffriveno pe’ Sant’Antonio che quer giorno rimediava bbene forte.
E giacché pparlamo de bestie e dde benedizione, me so’ ricordato de divve che a Roma anche a le bestie, come se fa ppe’ li regazzini, je se mette intorno a la testa er pelo der tasso pe’ ttieneje lontano er malocchio.
Da Usi, costumi, credenze, pregiudizi e leggende del popolo di Roma, di Giggi Zanazzo, 1908.
Una curiosità per concludere, a Giggi Zanazzo è intitolata una via a Roma, nello storico rione di Trastevere, in prossimità dell'antica caserma dei Vigiles, la VII Coorte.
Nato a Roma nel 1860 e morto nel 1911, Giggi Zanazzo è stato il più illustre studioso delle tradizioni e del folklore romano, al quale dobbiamo una serie di raccolte grazie alle quali ci è restituita limpidamente l’immagine del popolo romano, l’anima e l’essenza interiore del romano di un tempo. Fondamentali, in questo senso, le sue riscritture di favole, novelle, leggende e proverbi, riunite in quattro volumi sotto il titolo Tradizioni popolari romane. Poeta, commediografo, antropologo e bibliotecario italiano, rilanciò anche il Rugantino (1887), rivista sulla quale, alcuni anni più tardi, pubblicò le sue poesie anche un noto pompiere romano, Raniero Franzero (sulla stessa rivista mosse i suoi primi passi un poeta romano che diverrà poi molto famoso, Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa).
Dalle parole di Zanazzo: “Io direi che una raccolta di proverbi è come un complesso di leggi che formano la scienza della vita pratica scientificamente desunte da un numero infinito d’esperienze. Infatti a questo detto che, breve e scultorio nella sua schiettezza elegante, dà modo di vedere a fondo in fatti innumerevoli, non si assurge che dopo un lungo esame di singoli avvenimenti e tutti segnati di quella nota ch’è l’essenza del detto.”
Continua Giggi Zanazzo a proposito degli stornelli:
“Lo stornello è il canto del popolo: esso è un sospiro d’amore, un accento d’odio, un capriccio della fantasia: e possiamo studiarvi dentro la facoltà poetica popolare, originale in tutte le sue manifestazioni.
Chi è stato infatti il primo poeta? E sempre giovine, nelle sventure e nelle prosperità della patria si mantiene tuttavia tale, e anzi, il più vero e il più profondo dei poeti? Chi si può sottrarre alla voce di lui, anche in mezzo alle tristezze della vita cittadina, dietro l’affannoso incalzare del lavoro materiale e intellettuale che ci spinge perpetuamente, ignorando noi medesimi il fine nostro? Alla voce che ci solleva e ci trattiene, ci anima e ci consola? Dalla grata dei lavatoi, dalle stanzette romite all’altezza d’un ultimo piano, dalle terre arse dal fiammeggiare del giorno, e cui milioni di braccia faticosamente percuotono per la dura necessità del pane, quella voce sale sempre: ora come trillo d’usignolo, ora come un vigoroso cadenzato piombare di acqua in una conca, ora come un suono doloroso che desta un’eco di pietà o di rimpianto.
Raccogliere i canti del popolo non importa studiare il popolo col coltello dell’anatomico. Egli stesso ci mostra con quel canto le sue piaghe, ci fa gustare il profumo della sua anima innamorata, ci fa riflettere sul suo passato e sulle sue speranze. Non medita il popolo: né scrive, né sofistica: il suo spirito pratico lo fa certo che un libro di memorie di dolori, d’amore, in pochi uomini gitta seme di pietà: I più sorridono, o vi passano sopra col freddo nel cuore. Ogni manifestazione dell’arte è perciò in lui spontanea: egli grande fanciullo e grande poeta, non sa veder chiaro nelle sue passioni e nella sua fantasia: e attento alla voce del sentimento, abbandona liberamente all’azzurro la schietta canzone. Ed è caro a chi persiste nella ricerca del vero, a chi studia il pauroso problema della vita, udire questo canto: esso parla il vero assai più che in libri di migliaia di filosofi. E mentre noi, dopo oziosi indugi, battiamo tremando alle porte del destino, questo eroico fanciullo vi corre incontro col riso nell’anima e negli occhi…Il popolo nostro canta lo stornello nelle ore più felici della giornata: quando il lavoro non gli ha ancora fiaccato le membra, quando la immagine desiderata gli torna nella memoria, quando nei giorni di festa invade con allegro baccano le osterie di campagna. E lo stornello piace meglio d’ogni altro canto, sia per la comodità di formare un pensiero in poche parole, sia perché in forza di questa brevità medesima la fantasia è libera di spaziare e di trovare nuove forme e nuovi suoni. Esso generalmente si nomina da un fiore; al quale, come alla cosa più gentile della natura inanimata, vuol confidare chi ama i suoi tormenti: e quanti sono i fiori, tanti sono i sospiri e i baci, tante le carezze e i canti che si sogliono ricambiare le anime. Onde il popolo più vicino di noi alla natura, ne risente con maggior felicità le impressioni e si compiace di ridire la sua passione in mille modi”.
Relativamente ai nostri studi sulla storia dei pompieri, l'importanza di Zanazzo è in un suo scritto relativo alle festa popolare di Sant'Antonio Abate, che ci conferma in maniera inequivocabile quanto già era emerso più volte nel corso delle nostre ricerche, e cioé il fatto che il santo protettore degli animali era anche protettore del Corpo dei Vigili di Roma, e molto probabilmente dei pompieri civici di tutta Italia.
Riportiamo il testo in questione:
LA BBENEDIZIONE DE LE BESTIE
Se faceva, e sse fa incora pe’ li paesi, a li 17 de gennaro, festa de Sant’Antonio.
A Roma se fa a la chiesa de Sant’Antonio a Ssanta Maria Maggiore.
Ar tempo der papa, tutti li padroni che cciavevano carozze e ccavalli, muli e somari, li portaveno a ffa’ bbenedi’ tutti impimpinati attaccati a quattro, a ssei, e infino a diciotto, parie, come l’attaccate de Piombini e dde Doria, ch’ereno un piacere a vvedelle.
La ppiù mmejo attaccata però era quella der principe Piombini.
Er su’ cocchiere, un certo Peppe Regazzini, portava diciotto parie de cavalli, ossia trentasei cavalli, e li guidava come si fussi stata una paria sola.
Er papa ce mannava tutti li cavalli de Palazzo, e ttutta la cavalleria pontificia in arme e bbagajo.
Puro li pompieri quer giorno facevano festa granne in der quartiere: e ppoi puro loro portaveno le machine a Sant’Antonio protettore de loro, a falle bbenedi’.
E mentre er prete ‘stava fòra de la chiesa a bbenedì’ ccavalli, muli, somari, bbòvi, pecore, porchi, capre, eccetera, eccetera, er chirico nun faceva a tempo a riccone e a mmette drento a la bussola tutti li quadrini che li padroni de le bestie jìoffriveno pe’ Sant’Antonio che quer giorno rimediava bbene forte.
E giacché pparlamo de bestie e dde benedizione, me so’ ricordato de divve che a Roma anche a le bestie, come se fa ppe’ li regazzini, je se mette intorno a la testa er pelo der tasso pe’ ttieneje lontano er malocchio.
Da Usi, costumi, credenze, pregiudizi e leggende del popolo di Roma, di Giggi Zanazzo, 1908.
Una curiosità per concludere, a Giggi Zanazzo è intitolata una via a Roma, nello storico rione di Trastevere, in prossimità dell'antica caserma dei Vigiles, la VII Coorte.
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