giovedì 23 dicembre 2010

LE MASCHERE ANTIFUMO


Di Alessandro Fiorillo

Una delle maggiori difficoltà con cui i pompieri di ogni tempo si sono dovuti confrontare, nell'espletamento del proprio ruolo e della propria opera, è stata quella di entrare nei locali invasi dal fumo per portare in salvo le persone e concludere l'opera di spegnimento degli incendi. Oggi questa difficoltà è superata grazie agli autorespiratori, ma come s'è arrivati agli strumenti di oggi, e qual'è stata l'evoluzione che ha portato ai moderni autorespiratori?
I nostri colleghi del passato (e le ditte produttrici di attrezzature e materiali antincendi) erano alla continua ricerca di nuovi metodi ed attrezzature per migliorare il servizio anticendi, per garantire agli operatori una maggiore sicurezza, e ai cittadini una qualità del servizio sempre migliore. Tra i tanti ostacoli da superare, uno dei maggiori, come abbiamo detto, era rappresentato dalla necessità di proteggere le vie respiratorie per poter operare all'interno degli ambienti invasi dal fumo.
Già tra la fine dell'800 e i primi anni del '900 esisteva un'attrezzatura tesa a proteggere le vie respiratorie degli operatori.

Ma come funzionavano queste maschere? Come veniva garantito all'operatore l'afflusso d'aria?

Dal Bollettino di Dicembre 1906 della Federazione Tecnica Italiana dei Corpi Pompieri, la descrizione della maschera antifumo e il suo funzionamento:

"Gli apparecchi contro il fumo presentati dalla Ditta Magirus, Ewald & Lieb, sotto posti alle prove si dimostrarono rispondenti allo scopo. (...) Un secondo apparecchio, che pure corrisponde egregiamente allo scopo, è costituito di un soffietto con mantice a doppio effetto (sostituibile dalla pompa), di m.20 di tubo gomma e di una maschera cuoio con finestrelle a vetri. Il tubo di gomma compie il doppio ufficio di trasmettere aria e voce all'operatore, il quale ha infatti la possibilità di parlare e farsi perfettamente comprendere dal manovratore del soffietto o della pompa, potendo in pari tempo ricevere da questi oltre che aria sufficiente per la normale respirazione, anche le disposizioni di servizio, ordini, ecc."

E ancora:

"Un apparecchio è composto di una maschera di amianto con cuscinetto e vetri, di una pompa pneumatica a due cilindri, di un tubo di metri 20 e di una batteria elettrica per il funzionamento dell'apparecchio telefonico. Mercé questa ingegnosa applicazione il manovratore della pompa, può ad ogni istante, ricevere ed impartire ordini al pompiere operatore, che si trovi munito di maschera in un sotterraneo od in un ambiente in cui l'aria sia irrespirabile, e può fornire a quest'ultimo, per mezzo della pompa, più o meno aria (a seconda che l'operatore gliene richiede a mezzo dell'apparecchio telefonico applicato alla maschera). (...) Un terzo apparecchio (mostrato nella foto in alto a destra) è formato di una maschera in pelle con vetri apribili - a molla - collegata per mezzo di due tubi metallici fra di loro indipendenti, con due serbatoi di ossigeno che posano - a foggia di zaino - sul dorso di chi deve servirsi dell'apparecchio. I serbatoi sono chiusi con una valvola a volantino, a portata di mano del portatore della maschera. Aprendo il volantino, l'ossigeno in pressione passa attraverso il tubo metallico ed entra in un sacco vuoto di pelle, situato sul petto del portatore della maschera, e da questo sacco - che funziona come una valvola di riduzione - entra nella maschera e fornisce all'operatore una respirazione sana e normale per circa 2 ore. Dalle esperienze fatte l'apparecchio risultò pratico per uso pompieristico, fabbriche di ghiaccio, laboratori chimichi, officine per la produzione del Gas luce e per tutti quegli usi in cui occorra di poter respirare e lavorare in luoghi invasi da gas nocivi od altrimenti irrespirabili; talché i corpi pompieri di Milano e Roma ne fecero subito richiesta."
Un'altro tipo di "apparecchio per ambienti irrespirabili" era stato inventato dall'Ing. Pietro Lana, intorno alla metà dell'800, capitano comandante la Compagnia Operaj Guardie-Fuoco di Torino.
Da quell'apparecchio deriverà, nel nuovo secolo, un'attrezzatura montata su carro, l'autorespiratore.
Sul carro era montata una turbina che prelevava l'aria pulita e la pompava nel tubo collegato alla maschera indossata dal pompiere, che poteva così inoltrarsi all'interno degli edifici e dei luoghi invasi dal fumo. L'invio d'aria pulita era continuo (oltre 150 litri d'aria al secondo), grazie ad un ventilatore da 15 cm. di diametro. La pressione interna alla maschera, superiore a quella esterna, impediva l'ingresso del fumo.


Bibliografia:

Bollettino Ufficiale della Federazione Tecnica Italiana dei Corpi di Pompieri, Milano, numero di Dicembre 1906

Massimo Condolo, Automezzi Italiani per i Vigili del Fuoco, Fondazione Negri, Brescia 2005 (all'interno di questa pubblicazione c'è una bella foto, a pag. 25, che mostra i pompieri di Brescia, nel 1904, impegnati in un esercitazione di discesa in un seminterrato con l'autorespiratore).

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