domenica 8 maggio 2011

INTERVISTA A ROBERTO DONNINI

sabato 29 gennaio 2011

DAI TRESVIRI NOCTURNI AGLI AEDILES CURULES

di Alessandro Fiorillo

Spesso si parla della Militia Vigilum come del primo corpo organizzato di vigili del fuoco nella storia. Questo in realtà è vero solo in parte. Diciamo che il corpo organizzato da Augusto nella Roma del 6 d.C. è l’espressione della massima efficienza raggiunta, per il periodo, attraverso la riforma e gli “aggiustamenti” effettuati sugli istituti cittadini che già da tempo si occupavano di prevenzione ed estinzione degli incendi. Tralasciando il fatto che in realtà veri e propri addetti antincendi esistevano fin nell’antico Egitto, analizziamo in questa pagina come si arrivò all’istituzione della Militia Vigilum e quali erano le istituzioni che prima di questa si occupavano degli incendi a Roma e nelle principali città ad essa collegate.
Nelle Province erano i Collegia Faborum e Centonarii ad occuparsi dei servizi antincendi, corporazioni di mestiere istituite già nella Roma arcaica. Nella città di Roma, intorno al 289 a. C., erano invece attivi i tresviri nocturni o capitales, magistrati che garantivano la vigilanza antincendio e la tutela della pubblica sicurezza, che avevano alle loro dipendenze schiavi e servi pubblici addestrati allo spegnimento del fuoco. Conosciamo poco sul loro numero effettivo e sull’organizzazione della loro struttura, sappiamo soltanto che le loro caserme si trovavano nei pressi delle Mura Serviane. Nel 186 a.C. altri funzionari, i quinqueveri cis Tiberim o Cistiberes, addetti appositamente al servizio di sorveglianza contro gli incendi, vennero affiancati ai tresviri nocturni. Svolgevano il loro compito di prevenzione degli incendi vigilando per le strade della città.
Altra città che condivide con Roma il primato della difesa contro gli incendi, è Napoli. A Neapolis nel 289 a.C. vigilavano gli “Spegnitori”, schiavi addetti al servizio antincendi, la Familia Publica, un corpo di spegnitori in perlustrazione continua per la città, e la Familia Privata, costituita da popolani che si prestavano dietro compenso.
Bisognerà attendere la fine della Repubblica e l’avvento dell’Impero per assistere ad una radicale trasformazione del servizio antincendi. Ottaviano Augusto, nel 22 a.C., affidò l’organizzazione e la responsabilità del servizio antincendi agli Aediles Curules, magistrati posti a capo di un corpo costituito da 600 servi pubblici che avevano l’incarico specifico di spegnere gli incendi.
Gli Aediles Curules erano magistrati eletti in numero di due dai comizi tributi con diritto alla sella curulis (sedile pieghevole ornato d'avorio, simbolo del potere giudiziario), da cui questa denominazione per distinguerli dagli Aediles Plebis. Come questi ultimi, erano addetti anche alla sorveglianza sul commercio pubblico, compreso quello degli schiavi, all’approvvigionamento delle città, alla cura delle strade, degli edifici e dei luoghi pubblici, all’allestimento dei giochi pubblici.
In realtà, oltre a questo corpo pubblico di addetti antincendi, diversi cittadini privati organizzarono delle loro specifiche squadre di addetti antincendi, composti da schiavi. La loro presenza si giustificava con l’elevato numero di incendi che continuavano a minacciare la città e con l’insufficiente azione di contrasto effettuata dal corpo alle dipendenze degli Aediles. Spesso in caso d’incendi questi privati cittadini, in cerca per lo più di benemerenze e d’entrare nelle grazie dei funzionari pubblici, offrivano gli uomini delle loro squadre per operare gli interventi di spegnimento a fianco delle squadre guidate dagli Aediles.
In seguito Augusto, convinto della necessità di rafforzare il servizio antincendi, divise il Corpo in Compagnie o Brigate ripartite in quattordici Regioni urbane con a capo un prefetto da cui dipendevano dei vica magistri e appunto gli Aediles.
Attraverso questi vari passaggi si arrivò progressivamente all’organizzazione di una vera e propria milizia speciale alle dirette dipendenze dello Stato, il cui compito era quello d’individuare e formare un concentrato specializzato di uomini impegnato unicamente nella difesa dell’Urbe dagli incendi, la Militia Vigilum appunto, di cui abbiamo sommariamente già accennato in un altro articolo.

giovedì 23 dicembre 2010

LE MASCHERE ANTIFUMO


Di Alessandro Fiorillo

Una delle maggiori difficoltà con cui i pompieri di ogni tempo si sono dovuti confrontare, nell'espletamento del proprio ruolo e della propria opera, è stata quella di entrare nei locali invasi dal fumo per portare in salvo le persone e concludere l'opera di spegnimento degli incendi. Oggi questa difficoltà è superata grazie agli autorespiratori, ma come s'è arrivati agli strumenti di oggi, e qual'è stata l'evoluzione che ha portato ai moderni autorespiratori?
I nostri colleghi del passato (e le ditte produttrici di attrezzature e materiali antincendi) erano alla continua ricerca di nuovi metodi ed attrezzature per migliorare il servizio anticendi, per garantire agli operatori una maggiore sicurezza, e ai cittadini una qualità del servizio sempre migliore. Tra i tanti ostacoli da superare, uno dei maggiori, come abbiamo detto, era rappresentato dalla necessità di proteggere le vie respiratorie per poter operare all'interno degli ambienti invasi dal fumo.
Già tra la fine dell'800 e i primi anni del '900 esisteva un'attrezzatura tesa a proteggere le vie respiratorie degli operatori.

Ma come funzionavano queste maschere? Come veniva garantito all'operatore l'afflusso d'aria?

Dal Bollettino di Dicembre 1906 della Federazione Tecnica Italiana dei Corpi Pompieri, la descrizione della maschera antifumo e il suo funzionamento:

"Gli apparecchi contro il fumo presentati dalla Ditta Magirus, Ewald & Lieb, sotto posti alle prove si dimostrarono rispondenti allo scopo. (...) Un secondo apparecchio, che pure corrisponde egregiamente allo scopo, è costituito di un soffietto con mantice a doppio effetto (sostituibile dalla pompa), di m.20 di tubo gomma e di una maschera cuoio con finestrelle a vetri. Il tubo di gomma compie il doppio ufficio di trasmettere aria e voce all'operatore, il quale ha infatti la possibilità di parlare e farsi perfettamente comprendere dal manovratore del soffietto o della pompa, potendo in pari tempo ricevere da questi oltre che aria sufficiente per la normale respirazione, anche le disposizioni di servizio, ordini, ecc."

E ancora:

"Un apparecchio è composto di una maschera di amianto con cuscinetto e vetri, di una pompa pneumatica a due cilindri, di un tubo di metri 20 e di una batteria elettrica per il funzionamento dell'apparecchio telefonico. Mercé questa ingegnosa applicazione il manovratore della pompa, può ad ogni istante, ricevere ed impartire ordini al pompiere operatore, che si trovi munito di maschera in un sotterraneo od in un ambiente in cui l'aria sia irrespirabile, e può fornire a quest'ultimo, per mezzo della pompa, più o meno aria (a seconda che l'operatore gliene richiede a mezzo dell'apparecchio telefonico applicato alla maschera). (...) Un terzo apparecchio (mostrato nella foto in alto a destra) è formato di una maschera in pelle con vetri apribili - a molla - collegata per mezzo di due tubi metallici fra di loro indipendenti, con due serbatoi di ossigeno che posano - a foggia di zaino - sul dorso di chi deve servirsi dell'apparecchio. I serbatoi sono chiusi con una valvola a volantino, a portata di mano del portatore della maschera. Aprendo il volantino, l'ossigeno in pressione passa attraverso il tubo metallico ed entra in un sacco vuoto di pelle, situato sul petto del portatore della maschera, e da questo sacco - che funziona come una valvola di riduzione - entra nella maschera e fornisce all'operatore una respirazione sana e normale per circa 2 ore. Dalle esperienze fatte l'apparecchio risultò pratico per uso pompieristico, fabbriche di ghiaccio, laboratori chimichi, officine per la produzione del Gas luce e per tutti quegli usi in cui occorra di poter respirare e lavorare in luoghi invasi da gas nocivi od altrimenti irrespirabili; talché i corpi pompieri di Milano e Roma ne fecero subito richiesta."
Un'altro tipo di "apparecchio per ambienti irrespirabili" era stato inventato dall'Ing. Pietro Lana, intorno alla metà dell'800, capitano comandante la Compagnia Operaj Guardie-Fuoco di Torino.
Da quell'apparecchio deriverà, nel nuovo secolo, un'attrezzatura montata su carro, l'autorespiratore.
Sul carro era montata una turbina che prelevava l'aria pulita e la pompava nel tubo collegato alla maschera indossata dal pompiere, che poteva così inoltrarsi all'interno degli edifici e dei luoghi invasi dal fumo. L'invio d'aria pulita era continuo (oltre 150 litri d'aria al secondo), grazie ad un ventilatore da 15 cm. di diametro. La pressione interna alla maschera, superiore a quella esterna, impediva l'ingresso del fumo.


Bibliografia:

Bollettino Ufficiale della Federazione Tecnica Italiana dei Corpi di Pompieri, Milano, numero di Dicembre 1906

Massimo Condolo, Automezzi Italiani per i Vigili del Fuoco, Fondazione Negri, Brescia 2005 (all'interno di questa pubblicazione c'è una bella foto, a pag. 25, che mostra i pompieri di Brescia, nel 1904, impegnati in un esercitazione di discesa in un seminterrato con l'autorespiratore).

mercoledì 24 novembre 2010

ETTORE DE MAGISTRIS, UFFICIALE DEI VIGILI DI ROMA


di Alessandro Fiorillo

L'Ingegner Ettore De Magistris era uno stimato e valoroso Ufficiale del Corpo Comunale dei Vigili di Roma, era anche assistente di Geometria analitica e proiettiva dell'Università romana, e Professore nel Regio Istituto Tecnico di Roma.
Alcune sue pubblicazioni tecniche, a contenuto pompieristico, ebbero una certa diffusione ai suoi tempi, è il caso di un trattato sulla Scala Romana che scrisse nel 1895 su specifica richiesta espressa da vari Corpi di Pompieri d'Italia, curiosi di approfondire le conoscenze relative a questo strumento di grande utilità usato soprattutto dai vigili romani. Il testo, oltre che introdurre con alcune note storiche lo strumento oggetto dello studio, era corredato da numerosi e precisi calcoli sulla stabilità della scala (con o senza rompitratta), tecniche di montaggio, ecc.
Un paragrafo era dedicato alle operazioni di salvataggio con la scala, ne riporto un breve passaggio: "Il salvataggio su scala romana è sommariamente utile e facile, oltre che richiede, ciò che essenziale, brevissimo tempo. Due uomini, per mezzo di essa scala si recano al piano dove trovansi le persone da salvare; un terzo si ferma sulla scala all'altezza della finestra tenendosi nella posizione indicata per discendere ossia col busto in fuori e con le mani ai cosciali; i primi gli adagiano sulle braccia una di quelle, la quale si assicurerà con le braccia al collo di chi deve trasportarla. Se invece colui che debbesi salvare non è in grado, o per paura si rifiuta di prendere tale posizione, lo si legherà e, legato, si assicurerà con una corda al corpo del trasportatore."
Ettore De Magistris elaborò anche un prezioso manuale intitolato Corso di istruzione sulla scala romana, corredato da un ricco apparato fotografico. Una copia di questo testo è conservata presso l'Archivio Capitolino. Il nostro Ufficiale però, oltre a dedicarsi agli studi e alle pubblicazioni di carattere tecnico, era anche un appassionato di ricerca storica, difatti fu sua una delle prime pubblicazioni sulla Militia Vigilum della Roma imperiale. Questa sua pubblicazione fu molto apprezzata all'epoca, sia negli ambienti pompieristici che in quelli puramente intellettuali, tanto che questo suo libro venne anche tradotto in varie lingue.
Ettore De Magistris, colpito improvvisamente da quello che fu probabilmente un forte stato depressivo, dopo due anni di sofferenze psicologiche morì purtroppo suicida, a soli 45 anni, nel febbraio del 1912. Descritto dalle persone e dai colleghi che lo conobbero come persona "di carattere giocondo e sereno, affabilissimo nel tratto", divenne taciturno e cupo nei due anni che precedettero la sua tragica fine.
Per il Corpo dei Pompieri di Roma si trattò di una grave perdita, sia sotto il profilo operativo che intellettuale.

venerdì 19 novembre 2010

RODOLFO MORENO, COMANDANTE DEI POMPIERI DI PALERMO

di Alessandro Fiorillo

Continuano le ricerche volte a recuperare le notizie relative alla figura di quei personaggi che hanno contribuito a fare la storia recente dei corpi dei pompieri civici, dalla cui evoluzione è nato poi il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
Dopo aver raccontato le gesta e riportato alla memoria la figura di Vincenzo Sebastiani, Sottocomandante dei Vigili di Roma e Comandante dei pompieri militari di Gorizia negli anni del primo conflitto mondiale, questa volta focalizziamo l’attenzione sulla figura del Cav. Rodolfo Moreno y Solangos, Comandante del Corpo dei pompieri di Palermo dal settembre del 1881.
Come più volte è emerso dalle ricerche relative alla nascita e allo sviluppo dei moderni servizi antincendio, la tradizione pompieristica italiana s’è prima sviluppata e diffusa nelle regioni settentrionali e centrali, per poi approdare, non senza ritardo, nelle regioni meridionali del paese. Ancora nel 1881 a Palermo non esisteva un vero e proprio corpo di pompieri, e i servizi antincendio erano in qualche maniera garantiti dal Corpo delle Guardie Municipali, al quale era anche affidato, appunto, la difesa contro gli incendi e contro i “disastri”. Ma i vertici politici cittadini si resero ben conto della necessità di creare quanto prima un moderno ed efficiente corpo di pompieri, per garantire alla città un servizio antincendi che fosse al passo dei tempi e sapesse rispondere alle esigenze reali di sicurezza dei cittadini. Fu così che venne indetto, nel 1881, un concorso pubblico grazie al quale Rodolfo Moreno venne assunto al comando del costituendo corpo dei pompieri di Palermo. Rodolfo Moreno era nato a Palermo il 4 ottobre del 1831, compì gli studi militari nel Collegio dell’Annunziatella di Napoli, ed entrò ben presto nelle fila dell’esercito dove percorse rapida e brillante carriera, raggiungendo ancor giovane il grado di Colonnello d’artiglieria.
Prese parte alle campagne per l’indipendenza e l’unità d’Italia, e venne decorato con la medaglia d’argento al valor militare per la liberazione di Roma del 1870. Fu anche insignito della croce dei SS. Maurizio e Lazzaro (1866) e di quella di Ufficiale della Corona d’Italia (1870).
Una volta assunto nel 1881 al comando dei pompieri di Palermo, a Moreno occorsero circa otto anni per dare un assetto preciso al nuovo corpo, e in particolare per giungere alla definitiva separazione dei servizi antincendi da quelli relativi a quelli di polizia municipale che fino ad allora avevano incluso anche i primi. Inizialmente il neonato Corpo dei pompieri di Palermo era composto da 50 uomini, e soltanto successivamente, nei primi anni del nuovo secolo, il loro numero venne portato ad 86. L’opera di Moreno fu importante anche perché riuscì ad ottenere l’impianto di circa mille bocche da incendio lungo la rete idrica della città. Volle fortemente il Regolamento Organico del Corpo, che venne approvato nel 1903. Nel corso della cerimonia per l’approvazione del Regolamento, il suo corpo volle offrire al Comandante una pergamena così concepita:
“Al suo valoroso Comandante Cav. Rodolfo Moreno che dal 1° settembre 1881 messo a comandare il Corpo dei Pompieri Cantonieri, consacrossi al serio sviluppo del servizio incendii e che sostenendo lotte cruenti ne ottenne la divisione dei servizi dando nel Maggio 1889 a questa Città, il Corpo dei Pompieri dai Cantonieri completamente diviso.
A Lui, che levando forte la voce in questa civica Rappresentanza, ed in seno a congressi di altre Città d’Italia per vedere assicurato l’avvenire dei suoi pompieri, e che nel Marzo 1903 ottenne da questa Giunta Prov. Amm. Che ne approvasse il Regolamento a tale scopo creato.
L’intero Corpo dei Pompieri grato e superbo di averlo a Capo ad imperituro ricordo OFFRE.
Palermo, aprile 1903.”
Rodolfo Moreno morì nel 1906, tenne fino a quella data il comando del Corpo dei pompieri di Palermo, un corpo di cui, a merito, si considerava il padre fondatore.
Nel corso della partecipatissima cerimonia delle esequie del Comandante, si tennero vari discorsi commemorativi della brillante figura dello stesso, e tra questi è significativo riportare le parole pronunciate dal Cav. Uff. Avv. Marcello Caputo, Assessore di Polizia Municipale della città di Palermo: “ (…) Quando Rodolfo Moreno fu preposto, 25 anni fa, al Comando del nostro Corpo di Pompieri, esso mancava di arredi, di ordinamento, di disciplina. Ed Egli, con singolare tenacia, con rara abilità, con inalterabile fede, seppe dare al Corpo un’organizzazione tale da metterlo al livello dei migliori Corpi di Pompieri d’Italia, corredandolo via, via di quanto di più importante veniva apprestando la pompieristica. Molto Egli fece e moltissimo ancora Egli aveva in animo di fare. Alti ideali accarezzava ed al compimento di essi impiegò la parte migliore della sua attività; ma la sua tomba si chiuse prima che essi potessero compiersi. Riposa in pace, venerando vegliardo; i tuoi ideali si compiranno ben presto! E’ questa promessa il più bel fiore che oggi la tua diletta Palermo depone sul Tuo feretro in segno di gratitudine e di plauso all’opera Tua prestata con amore e sapere”.


Bibliografia:

Federazione Tecnica Italiana dei Corpi di Pompieri – Bollettino Ufficiale, Marzo 1906, Anno II – Num. 3, Milano.